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Il vino nell’arte di inizio ‘900

Alice Carpi 30 Dicembre, 2022

Il novecento, si sa, è il secolo che più di tutti ha delineato i più grandi cambiamenti epocali della storia moderna. Scenario di due guerre mondiali, una guerra fredda, il crollo del Muro di Berlino, un genocidio. Ma è stato anche il secolo delle grandi trasformazioni: il boom economico degli anni ’60, l’invenzione della televisione, il cellulare, gli studi sul DNA, l’evoluzione storica della pubblicità, e molto altro ancora.

Se parliamo del primo ‘900, possiamo ricondurre genericamente il mondo a un momento di transizione, dubbi e limitazioni. Ma soprattutto, i primi anni del ‘900 sono caratterizzati da un immenso bisogno di esprimere ad alta voce le proprie emozioni, senza paura. Con l’avvento del nuovo secolo crollano certezze e nuove frontiere si dipanano all’orizzonte. L’arte sente dunque il bisogno di cambiare il proprio modo di comunicare e soprattutto il messaggio di fondo. L’avvento delle famose avanguardie storiche del ‘900 dà effettivamente inizio alla rivoluzione artistica del XX secolo.

Il vino nei primi anni del ‘900

E il vino? L’inizio del ‘900 segnò l’arrivo in Europa della fillossera, un piccolo insetto che divora le radici delle piante di vite dall’intern0 e ne causa la morte. Forte di questa enorme epidemia, la fillossera distrugge oltre l’80% dei vigneti di tutto il continente. Un danno enorme che si riversa nel commercio del vino, ma non nel suo consumo.

Se l’800 era stato il secolo della diffusione della cultura del vino fino all’America e all’Australia, con la scoperta di Barolo, Chianti e molte altre eccellenze italiane, il ‘900 non fu – almeno all’inizio – in grado di mantenersi all’altezza delle scoperte del secolo precedente. Prima dell’arrivo dell’epidemia di Fillossera, infatti, il vino stava subendo una notevole sovra produzione, che aveva dunque causato un repentino abbassamento della qualità del prodotto, che durerà fino agli anni ’60. L’800 era stato il secolo delle grandi scoperte in tema di chimica e nuovi sistemi colturali, e il ‘900 lesse questi nuovi metodi in una chiave di lettura estremamente consumistica.

L’obiettivo iniziale era quello di ampliare il mercato e le esportazioni, ma per fare ciò bisognava omologare la produzione vinicola. Tutto ciò venne bloccato dalla fillossera e dallo scoppio della grande guerra. Durante la Prima Guerra Mondiale il vino rappresentava un antidoto al dolore e alla crisi che il mondo si era trovato repentinamente costretto ad affrontare. Il vino era dunque un compagno fedele per i soldati al fronte, logorati dalle pesantissime trincee, ma anche un modo di alleviare la disperazione delle famiglie a casa.

Arte & vino nel primo ‘900

Se dovessimo tracciare una linea che unisca il mondo del vino a quello dell’arte, almeno fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, potremmo affermare che il vino veniva interpretato dagli artisti dell’epoca come simbolo di ribellione e sfogo, e allo stesso tempo come aneddoto alla crisi di un’epoca ricca di contraddizioni e incertezze.

Edvard Munch

In Munch, ad esempio, è possibile notare come il vino simbolicamente prenda sfumature diverse in diversi periodi. Nel quadro Il giorno dopo datato 1895, una donna chiaramente ebbra è stesa a letto, avvolta da una luce che lascia immaginare il mattino. Sul primo piano invece, una bottiglia di vino e due bicchieri rovesciati, simbolo probabilmente della bevuta della sera precedente. Il pittore norvegese qui è volutamente ambiguo.

Chi era con la donna la sera prima? Perché adesso lei è da sola e vestita? Il vino qui può indicare allo stesso abbandono all’amore o una scusa per divertirsi che si paga il mattino dopo. Tuttavia, in un altro quadro dell’autore, questa volta un autoritratto datato 1906 (Autoritratto a Weimar), l’autore si ritrae seduto a un tavolo apparecchiato per uno, con una bottiglia di vino davanti. I temi che esprime questo quadro sono depressione, solitudine e alcolismo, nel 1908 infatti il pittore verrà ricoverato in una clinica psichiatrica per un crollo nervoso dovuto anche a un problema di alcolismo.

Edvard_Munch-Il giorno dopo
Edvard_Munch-Il giorno dopo (1895)

 

Autoritratto a Weimar Munch
Autoritratto a Weimar – Munch (1906)

Edward Hopper

Diverso il caso di Edward Hopper. Il pittore americano nato nei pressi delle rive dell’Hudson nel 1882 è famoso per riuscire a trasmettere nei suoi quadri la parola e il silenzio: i protagonisti delle sue opere parlano, ma noi non possiamo capirli. O se sono da soli, non desiderano comunicare con noi. É come se l’osservatore fosse sordo di fronte ai quadri di Hopper, che fin da subito rifiuta di aderire alle avanguardie dell’epoca, sviluppando uno stile e una comunicazione artistica tutta sua. I temi più ricorrenti nelle opere di Hopper sono l’attesa, il silenzio e la solitudine. Lontano dalla frenesia cittadina, Hopper dipinge i suoi soggetti in luoghi poco affollati e intimi.

In questo contesto il vino diventa simbolo di introversione e malinconia. L’apparente serenità dell’illustrazione è in realtà un’illusione che sottolinea come gli esseri umani rappresentati siano alienati da tutto ciò che li circonda. In questo contesto il vino può diventare un sinonimo non tanto di disperazione, quanto di attesa, di isolamento, come nel quadro del 1909, Bistro o The Wine Shop. Il vino allo stesso tempo unisce e allontana: chi ne condivide la bottiglia si avvicina, chi non è invitato allo stesso tavolo viene escluso, e se ci pensiamo, lo stesso accade con le opere di Hopper. A noi non è dato bere con loro, e per questo siamo così attratti dai suoi quadri, perché sentiamo di starci perdendo qualcosa.

Edward-Hopper-Bistro
Edward-Hopper-Bistro (1909)

Henri Matisse

Matisse fu il maggiore esponente dell’avanguardia espressionista dei Fauves (dal francese: bestie). Tra le tante emozioni che il pittore esprime un punto in comune lo possiamo trovare in tutti i suoi quadri: il colore. Spesso direttamente dal tubetto spruzzato sulla tela, le opere di Henri Matisse si caratterizzano per un uso violento dei colori, sempre accesi e forti, come a voler tradurre su tela un grido di attenzione da parte dell’artista. Forme semplificate si uniscono a un cromatismo irrealistico e creano quadri d’impatto. Ciò che Matisse vuole comunicare sono i concetti di creatività e liberazione, attraverso una ricerca di armonia su tela che spesso si traduce in una sorta di astrattismo, dove lo sfondo diventa il primo piano e non si distingue più tra cosa ci sia davanti e cosa invece dietro.

In queste situazioni che ruolo ha una caraffa di vino su un tavolo? In Stanza Rossa, quadro del 1908, Matisse ha cambiato tutto più volte: la stanza degli arabeschi prima doveva essere verde, poi tutta blu, e infine rossa. Il vino però è rimasto. Perché? In questo caso, molto diverso dagli altri due, il messaggio che mandano le caraffe presenti sul tavolo è quello di tranquillità e calma. La cameriera sembra sorridere, la frutta abbonda in tavola, e ci sentiamo anche noi invitati a prendere posto. L’intera scena trasmette vivacità e un cosiddetto “caos allegro“, che il vino non può che accompagnare.

La-stanza-rossa-Matisse
La-stanza-rossa-Matisse (1908)
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